La stazione di Roma Termini: terme, ville, speculazioni e sfortuna

Ho sempre pensato che la stazione di Roma Termini si chiamasse così perchè posta al termine della città antica.
Errore mio, prende il nome dalle limitrofe Terme di Diocleziano, diventate la Basilica di Santa Maria degli Angeli a metà del Cinquecento grazie a Michelangelo. Nonostante il cambio d’uso a lungo il toponimo legato all’edificio termale è rimasto in uso: una grossa cisterna, demolita solo nel 1876, portava infatti il nome di “Botte di Termini”.
Quando, a metà dell’Ottocento, la “febbre ferroviaria” raggiunse anche gli Stati Pontifici le stazioni iniziarono a sorgere appena fuori dalle mura: quella di Santa Maria Maggiore fu un fallimento, e quella di Porta Portese era molto periferica. Il governo poteva scegliere una delle due soluzioni: creare stazioni importanti per ogni direzione (come a Parigi, con la Gare du Nord, la Gare de l’Est…) oppure erigerne una sola, centrale e dominante. Monsignor de Mérode, già viceministro del Papa e soprattutto immbiliarista scaltro, spinse perchè ne venisse costruita una nella zona dell’Esquilino, dove lui aveva comprato molti terreni.
Quando si dice… passano gli anni, cambiano i governi, ma la pubblica amministrazione in Italia non si smentisce!

La primissima stazione Termini: 1868, neppure si chiamava così

La primissima stazione Termini: anno 1868, e neppure si chiamava così

Nel 1863 fu inaugurata la Stazione Centrale delle Ferrovie Romane, che era però poco più di un capannone con una tettoia, che fungeva da capolinea per i treni in arrivo e partenza per la linea Roma-Ceprano. Nel settembre del 1863 anche le altre due linee per Frascati e per Civitavecchia si raccordarono qui: era necessaria una stazione più grande e degna, i cui lavori partirono nel 1868. Caduto il Papa, il Regno d’Italia approvò la sistemazione di tutta quest’area nei pressi del colle Esquilino: la febbre edilizia spazzò via la meravigliosa villa barocca dei Montalto ed i suoi giardini.
Seguendo lo schema standard di quell’epoca, la stazione era dotata di due fabbricati viaggiatori paralleli, uno per gli arrivi ed uno per le partenze, riuniti da una tettoia metallica centrale, simile quindi a moltissime stazioni dell’epoca. Sotto la tettoia trovavano posto sei binari di testa e all’esterno, a nord, c’era lo scalo merci, il deposito locomotive e l’officina per la manutenzione delle carrozze. Non si trovava dove oggi, ma circa 200 metri più in avanti, praticamente copriva tutta l’attuale Piazza dei Cinquecento. La facciata era ugualamente consona allo stile dell’epoca, uno storicismo opprimente: colonne, trabeazioni, timpani, un pastiche neorinascimentale che cozzava con l’angolo acuto della galleria centrale.

Anno 1920 circa

Anno 1920 circa

Ma non c’era pace per questa stazione. Il Fascismo, gran costruttore di ferrovie e rinnovatore di architetture, aveva deciso che la “porta di Roma” non potesse più essere una piccola e vecchia costruzione eclettica: per una nuova Italia serviva un nuovo stile, degno della capitale di una grande nazione.
L’incaricato, Angiolo Mazzoni, durante il Ventennio progetterà e costruirà dodici stazioni e diciotto edifici postali nelle città più importanti d’Italia, e sempre con ottimi risultati. Un giorno o l’altro mi piacerebbe parlare di questo indefesso progettista. Per quella di Roma aveva previsto due lunghe ali laterali composte da una teoria di archi, come gli antichi acquedotti. L’interno invece si doveva rifare alla monumentale spazialità delle basiliche antiche. Luca Montuori sul suo saggio ricco di immagini d’epoca rende giustizia all’importante progetto:

Mettere i grandi magazzini nelle stazioni rovina le prospettive architettoniche

Mettere i grandi magazzini nelle stazioni rovina le prospettive architettoniche

Su Via Marsala i volumi si articolavano in tre parti principali su una lunghezza complessiva di oltre un chilometro che supera anche diversi dislivelli stradali. In questa parte erano dislocati i servizi postali e di dogana, la sala Reale (mai realizzata), i servizi bagagli in arrivo. Sul lato di Via Giolitti (all’interno della finalmente restaurata “ala mazzoniana”) si trovavano le biglietterie, il locale bagagli in partenza, e, al piano superiore il salone conferenze con l’elegante portico all’intorno di una fontana.

La guerra impedì di portare a termine la facciata, che doveva essere un gigantesco e severo colonnato e

sarebbe dovuto rimanere privo di qualsiasi destinazione funzionale eccettuata quella rappresentativa e di passaggio dei viaggiatori quasi a voler lasciare in diretto collegamento il mondo della ferrovia e quello della città.

Termini avrebbe dovuta essere così

Termini avrebbe dovuta essere così

L’Italia repubblicana preferì indire un nuovo concorso per una facciata meno impegnativa: nasce così la lunga e sinuosa pensilina in cemento popolarmente chiamata “il dinosauro”, che aveva anche come scopo quello di inquadrare all’interno del salone d’ingresso il profilo delle antiche mura di Roma serviane. Oggi questa vista è stata persa perchè qualcuno ha permesso venisse costruito il megastore della Nike.

C'è a chi piace...

C’è a chi piace…

All’estero il progetto ebbe un successo incredibile, venendo giudicato come uno dei migliori esempi di architettura contemporanea; qui da noi decisamente no. Sono questi gli anni in cui Termini diventa addirittura un set cinematografico: con la regia di Vittorio De Sica “Stazione Termini” è per i nostri gusti un melodramma datato, ma mostra alla perfezione l’estetica del progetto vincitore.
E cosa prospetta il XXI secolo alla stazione di Termini, che in 150 anni ha cambiato tante volte aspetto? Ci sono grosse novità all’orizzonte…
E no, non sono buone.

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