La stazione Ostiense aspetta Adolf Hitler

La stazione di Roma Ostiense, terza per importanza nella capitale dopo Termini e Tiburtina, deve la sua nascita e la sua forma alla visita compiuta da Adolf Hitler nel 1938. I cinefili collocheranno subito in questo periodo l’ambientazione del film di Ettore Scola Una giornata particolare.
La scelta di fare scendere l’allora alleato dell’Italia fascista qui e non a Termini era dovuta a più fattori: in primo luogo Termini allora era un mezzo cantiere ed in secondo luogo questa zona di Roma era già stata scelta come idonea per la nuova stazione da inaugurare in occasione dell’Esposizione Universale del 1942. Quella per la quale sarebbe dovuto sorgere quel meraviglioso capolavoro di architettura razionalista (se completato) che è l’attuale EUR.
Strano destino, quello di Ostiense: una quarantina di anni dopo il governo decise di puntare proprio su di lei per Italia ’90, costruendo quel terminal che poi è rimasto desolato ed abbandonato per una ventina d’anni… Porterà male questa stazione?

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Ostiense in costruzione: 1937. Lo so… non sembra nemmeno Roma!

Se queste sono cose bene o male note, quello che però non è ugualmente noto è che l’attuale stazione di Roma Ostiense non è la stazione che accolse Hitler, anche se in molti siti si racconta questa storia.
Alla metà degli Anni Trenta questa era aperta campagna e forse, ma non è nemmeno certo, esisteva una fermata tecnica per i treni, ma nulla di più. Deciso il viaggio di stato del capo della Germania e l’itinerario, si rese necessaria una stazione dove potesse scendere, e per questo in fretta e con ottimi risultati dove oggi sorge l’attuale fabbricato viaggiatori (progettato nel 1939 dall’architetto Roberto Narducci) ci fu per poco più di un anno un altro fabbricato viaggiatori, sempre ad opera di Narducci, ma provvisorio e rapidamente allestito con materiali precari ma di grande effetto.

ROMA-OSTIENSE

Provvisoria ma… di grande affetto!

A giudicare dalle sensazioni di consistenza e solidità che le foto d’epoca trasmettono oggi, era una sorta di architettura effimera molto verosimile. E l’effetto generale fu così soddisfacente che quando si trattò di realizzare quella definitiva a Narducci fu chiesto di replicare, con naturalmente le modifiche del caso, il progetto.
Ammettiamolo: questa celerità (effimeri o no, erano migliaia di metri cubi allestiti in meno di un anno, quando le giornate lavorative erano di 8 ore come oggi) ci può stupire molto e sotto vari aspetti: in primo luogo per la tempestività decisionale ed operativa della struttura amministrativa, che pure possiamo imputare al decisionismo tipico di una dittatura, ma soprattutto per l’efficacia della soluzione tecnologica adottata ispirata la prefabbricazione. Soprattutto a pensare che oggi la maggior parte delle strutture che impiegano la tecnica del prefabbricato sono per così dire deprimenti.

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La facciata

Ma com’era nei fatti questa stazione? Quel padiglione provvisorio, anche se modeste dimensioni, era simile a quanto vediamo oggi: c’era un portico d’onore esteso 110 metri e profondo 14 su cui era aggiunto un passaggio coperto per le autovetture e le carrozze di 34 metri per 9. In pianta quindi era un lungo parallelepipedo con una breve parte sporgente (nella foto qui sopra si vede): dall’alto assomigliava ad un fascio littorio, all’incirca come Firenze Santa Maria Novella.
Dietro c’era una sala d’attesa di 23 metri per 17 affiancata da due nuclei di servizi. Lungo i binari correva una pensilina sostenuta da pilastri collegati al padiglione mediante una struttura ad arco: saranno le foto in bianco e nero, ma a vederla mi sembra una bellissima soluzione e di grande effetto!

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La pensilina

Tenuto conto del carattere provvisorio dell’opera ed il brevissimo tempo a disposizione, per allestirla servirono materiali recuperabili. Le strutture portanti furono realizzate con i tubi Innocenti (quelli con cui ancora oggi si montano le impalcature) che nemmeno vennero saldati ma solo imbullonati. Ad essi erano ancorati delle tavole di legno su cui erano incollate lastre che fingevano il travertino.
In pratica i pilastri del portico d’onore, la sala d’attesa, il portico delle carrozze e la facciata trionfale erano una foresta di tubi con sopra una pelle di legno: esattamente come oggi, quando si restaura un qualche edificio, si nascondo le impalcature con tavole con disegnato sopra cosa è nascosto.
Nonostante la creazione di suntuosi apparati effimeri sia una costante nell’architettura fin dai tempi dei Cesari (e la stessa Expo è nei fatti un insime di architetture effimere), tutto questo lavoro fu sintetizzato con un secco aforisma dal poeta Trilussa:

Roma di travertino
rifatta di cartone
aspetta l’imbianchino,
suo prossimo padrone.

La strada di collegamento realizzata per congiungere la stazione a piazzale Ostiense venne battezzata viale Adolf Hitler; dopo la guerra divenne via delle Cave Ardeatine.
E l’attuale Stazione Ostiense invece? Com’è? Che differenze ha con questa?
Ve ne parlerò a breve!

2 pensieri su “La stazione Ostiense aspetta Adolf Hitler

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