Stazione Centrale ammazzare subito

La Stazione Centrale di Milano è un pianeta a sè, è come una riserva di pellerossa nel mezzo della città. A lui piaceva. Ci veniva ogni settimana, da oltre due mesi, saliva sulla scala mobile e arrivava alla galleria di testa. Comprava un paio di giornali e di riviste, poi andava in fondo, al bar, guardando ogni tanto l’orologio: l’appuntamento era alla quattro e e quaranta, col treno proveniente da Ginevra.
Anche quel mercoledì fece così, montò sulla scala mobile e appena arrivato nella galleria di testa andò all’edicola, prese un quotidiano del pomeriggio e, calmo, possente, leggendo delle ultime complicazioni in Grecia e dell’ultimo sorpasso non riuscito con sette, 7, morti, entrò nel bar in fondo alla galleria e ordinò un gingerino, perché sul lavoro, in servizio, era un analcolico. “Non ghiacciato,” spiegò, perché non gli piacevano le bevande ghiacciate. Si guardò intorno
Anche se fuori c’era il sole rovente del pieno meriggio, lì, in quel bar, c’era sempre aria notturna, tutte le luci erano accese, lì dentro poteva essere qualunque ora, mezzanotte, mezzogiorno, l’alba, il tramonto, c’era sempre lo stesso clima di locale notturno: affollato il banco di panini e dei tosti, affollato il banco del bar con gente assetata e frettolosa che si precipita lì a bere. Occupati tutti tavoli, da gente che aspettava: aspettava molte cose, chi un treno, chi un amico, chi un mediatore per concludere un affare, chi una ragazza che lavorava per lui nei vicini alberghetti.
Immagineetr200E alle quattro e cinquantasette arrivò l’amico, il treno Ginevra quella volta era in ritardo, col suo innocente valigino squadrato di metallo, il suo corpo magrolino un po’ curvo, il viso ossuto lucido di sudore. Lo vie andare alla cassa, mentre fingeva di leggere il giornale e, come tutte le altre volte, andare poi al banco, ordinare un caffè, depositare la valigetta squadrata in terra, e tutto senza mai guardarsi intorno, bravissimo, come se non si conoscessero, mai visti, mai sentito parlare l’uno dell’altro. Invece l’aveva visto bene. [...]
In qualche caso era un pacchetto squadrato come una piccola scatola di cioccolatini, quelli che si prendono quando si va a pranzo da amici per farne loro omaggio. Nell’interno invece vi era la mina antiuomo. In tempo di guerra quelle mine erano larghe come una grossa pizza alla napoletana, ma il progresso le ha nanizzate, si portano in giro come pacchetti qualunque.
E lui la portò in giro alla vicina stazione. Salì la scala mobile, comprò un paio di riviste di grande formato per mimetizzare meglio scatola, ed andò al bar. Non erano ancora le 4. Troppo in anticipo. Dovette attendere, girando da una parte all’altra della galleria di testa, bevendo ogni tanto un gingerino, fino alle cinque meno dieci quando nel bar comparve il magrolino dal naso adunco con la sua valigetta.

Questo racconto, “Milano Centrale ammazzare subito”, compreso nella raccolta “Milano calibro 9″ risale alla fine degli Anni Cinquanta. Lo ha scritto Giorgio Scerbanenco, secondo me il migliore giallista italiana: duro, angoscioso, preciso, è stato il primo a ritrarre cosa erano diventate le grandi città italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Lo conoscono in pochi, forse perchè ancora adesso il “giallo” ed il “poliziesco” sono considerati generi minori dalla Critica: per me lui e Guareschi spiegano meglio di chiunque altro la trasformazione sociale dell’Italia del Boom.
La sua descrizione della stazione di Milano potrebbe essere di oggi: l’unica cosa che tradisce il tempo passato è che per noi tosti non è più plurale di toast.
Leggetelo, se potete: merita.

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