Se una notte d’inverno un viaggiatore: Italo Calvino e le stazioni di provincia

Inizia l’inverno: ecco il momento per citare “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, che ha nel primo capitolo una delle descrizioni più belle, coinvolgenti ed avvolgenti di una stazione che io abbia mai letto.
Il romanzo è del 1979 -anno a cui sono legato per vicende personali- e ai lettori più giovani sembrerà di un secolo fa: ci sono i gettoni e le cabine del telefono, c’è la solitudine della vita di provincia dove l’unico posto aperto fino a tardi è il bar della stazione. Ci sono luci soffuse e cattivi odori, solitudine e silenzi intervallati a rumori quasi domestici.
Per me e chi ha la mia età questo è un mondo noto: non lo abbiamo visssuto, ma lo abbiamo visto. Peraltro il bar della mia stazione di riferimento è ancora, per stile ed arredo, fermo a quegli anni, più o meno.
Oggi non ci sono più questi bar delle stazioni, e comunque chiudono presto: anche nelle città di provincia non sono più l’ultima luce che brilla nella notte pigra dei tiratardi.
Un mondo lontano, un mondo differente, raccontato da uno scrittore grandissimo.
Se una notte d'inverno un viaggiatore

Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. Nell’odore di stazione passa una ventata d’odore di buffet della stazione. [...]
Un fischio come di locomotive e un getto di vapore si levano dalla macchina del caffè che il vecchio barista mette sotto pressione come lanciasse un segnale, o almeno cosi sembra dalla successione delle frasi del secondo capoverso, in cui i giocatori ai tavoli richiudono il ventaglio delle carte contro il petto e si voltano verso il nuovo venuto con una tripla torsione del collo, delle spalle, e delle sedie, mentre gli avventori al banco sollevan le tazzine e soffiano sulla superficie del caffè a labbra e occhi socchiusi, o orbono il colmo dei boccali di birra con un’attenzione esagerata a non farli traboccare. Il gatto inarca il dorso, la cassiera chiude il registratore di cassa che fa dlìn. Tutti questi segni convergono nell’informare che si tratta di una piccola stazione di provincia, dove chi arriva è subito notato. [...]
Le stazioni si somigliano tutte; poco importa se le luci non riescono rischiarare più in là del loro alone sbavato, tanto questo è un ambiente che tu conosci a memoria, con l’odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti, l’odore speciale delle stazioni dopo che è partito l’ultimo treno. [...]
bar_stazione
Io sono sbarcato in questa stazione stasera per la prima volta in vita mia e già mi sembra di averci passato una vita, entrando e uscendo da questo bar, passando dall’odore della pensilina all’odore di segatura bagnata dei gabinetti, tutto mescolato in un unico odore che è quello dell’attesa, l’odore delle cabine telefoniche quando non resta che recuperare gettoni perché il numero chiamato non dà segno di vita. [...]
Le macchine espresso nel caffè delle stazioni ostentano una loro parentela con le locomotive, le macchine espresso di ieri e di oggi con le locomotive e i locomotori di ieri e di oggi. Ho un bell’andare e venire, girare e dar volta: sono preso in trappola in quella trappola atemporale che le stazioni tendono immancabilmente. Un pulviscolo di carbone ancora aleggia nell’aria delle stazioni dopo tanti anni che le linee sono state elettrificate, e un romanzo che parla di treni e di stazioni non può non trasmettere questo odore di fumo. E’ già un paio di pagine che stai andando avanti a leggere e sarebbe ora che ti si dicesse chiaramente se questa a cui io sono sceso da un treno in ritardo è una stazione di una volta o una stazione di adesso. [...]
Ora sono qui senza sapere più che fare, ultimo viaggiatore in attesa di questa stazione dove non parte nè arriva più nessun treno prima di domani mattina.
E’ l’ora in cui la piccola città di provincia si chiude nel suo guscio. Al bar della stazione sono rimaste solo persone del posto che si conoscono tutte fra loro, persone che non hanno niente a che fare con la stazione ma che si spingono fin qui attraverso la piazza buia forse perché non c’è un altro locale qui intorno, o forse per l’attrattiva che le stazioni continuano a esercitare nelle città di provincia, quel tanto di novità che ci si può aspettare delle stazioni, o forse solo il ricordo del tempo in cui la stazione era il suo punto di contatto con il resto del mondo.

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