Il Rapido 904 e quel Natale sporco di sangue

Sotto Natale dovrei parlare di pacchi, mercatini, feste, viaggi e vacanze: sarebbe bello e rilassante e piacevole. Ma sono proprio trent’anni che la mafia iniziò a fare stragi, versando sangue innocente a Natale sul Rapido 904. Eppure pare che nessuno se ne ricordi.
Il tempo scorre in maniera diversa, come osservava qualche filosofo; gli anni passano in un lampo, ma sono certi pomeriggi che non passano mai, ha scritto Adriano Sofri dal carcere. Così, alla stessa maniera, alcuni eventi lontani nel tempo sono presenti nella nostra memoria come fosse ieri, altri sono lontanissimi, quasi ricordi sbiaditi, quasi fossero accaduti secoli fa.
La Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, è una di questi.
Il 23 dicembre 1984 il Rapido 904, che da Firenze saliva a Bologna, carico di persone che tornavano dalle famiglie per il Natale, intorno alle 19.08 fu colpito da un’esplosione violentissima all’interno del tunnel della Grande Galleria dell’Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l’ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l’effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d’aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. L’esplosione causò 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.
Rapido 904Il treno che esplode in galleria, non ci sono i cellulari, le luci sono fioche, fa freddo, il fumo impedisce di respirare: uno scenario da incubo, e l’uscita più vicina è a circa 10 chilometri, spersa nel mezzo degli Appennini.
Il controllore, il capotreno, alcuni passeggeri prestarono le prime cure nell’attesa delle ambulanze. I primi veicoli di servizio arrivarono tra le venti e trenta e le ventuno: non sapevano cosa fosse successo, non avevano un contatto radio con il veicolo fermo e non disponevano di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. Fortunatamente la neve iniziò a scendere quando i feriti erano già stati portati via. Nonostante la situazione estremamente difficile le operazioni di soccorso funzionarono.
Una volta tanto però, questa non è la solita storia italiana dove i processi si accumulano, gli anni scorrono ed i colpevoli non saltano fuori. Gli esecutori ed i mandanti hanno un nome ed il movente è chiaro.
Il 15 luglio 1984 Tommaso Buscetta, il primo pentito della Mafia in Italia, arrestato, è estradato in Italia ed inizia a raccontare a Giovanni Falcone cosa sa: impiegherà due mesi per raccontare tutto. Nella notte tra il 28 ed il 29 settembre 1984 al tribunale di Palermo si lavorò febbrilmente per spiccare 366 ordini di custodia cautelare da eseguire la mattina dopo: oltre due terzi dei ricercati furono catturati, il più grande blitz contro la mafia mai avvenuto.
Rapido 904 vistaLa contromossa fu questa strage, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica ed intimidire lo Stato
«…con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato»
Così recita l’imputazione formale del Pubblico Ministero Pierluigi Vigna.
La storia termina bene: ergastolo al boss mafioso Pippo Calò che ne fu mandante, ergastolo per il mafioso Guido Cercola che fu ideatore, 24 anni per Franco Di Agostino esecutore e 22 anni a Friedrich Schaudinn che preparò l’esplosivo.
Una storia di morte e sangue, ma anche una storia dove la giustizia vince: è un peccato che non ce ne ricordiamo.

 

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