La Sardegna ha bellezze che non ti aspetti

Se ti piace Marquez, devi leggere “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, mi disse anni fa Maura, campidanese. Corretto, ma incompleto. “Se ti piace la grande letteratura” avrebbe dovuto esordire.
La bellezza, la malinconia, la tristezza e l’alterità (passatemi il termine da “critico professionista”) di quel romanzo mi sono rimasti dentro. E pare che io sia anche uno dei pochissimi continentali che abbia letto questo romanzo sulla Sardegna scritto da un sardo del continente (e no, in questo post non potrò definire che in questo modo l’Italia).
Per me parlare di Sardegna è raro, e abbastanza difficile.
C’è tutta una generazione che all’affermazione “Siamo donne” è tentata di rispondere “Oltre alle gonne c’è di più.” Chi l’ha capita mediti e non si lamenti degli odierni testi delle canzoni pop.
Così, quando si parla di Sardegna, mi viene sempre da specificare “Oltre alle spiagge c’è di più”. Ma non lo faccio, perchè se dirlo ad un sardo è una banale e scontata ovvietà, ad un continentale è un concetto abbastanza estraneo. Io l’ho appreso negli anni, e con le giuste frequentazioni.
Cagliari per secoli fu capitale del regno di Sardegna, ma che sia città veramente regale e magnificente l’ho appreso dalle foto della tesi di Enrica e Agnese. La lingua (non il dialetto, non facciamo grossolani errori) sembra incomprensibile e straniera (la ricordo dalla voce di Raffaelina) ma sono loro che chiamano ancora oggi la casa domu, mica noi che stiamo ben più vicini ai 7 colli di Roma.
L’estate non è solo spiagge e mare bellissimo, ma assolate chiese campestri sperse nel nulla e nel silenzio: Lula potrebbe essere nella meseta, ed il Muravera tra Texas e Messico. L’inverno è freddo, ventoso, cieli grigi e nuvole veloci tanto da credere che Buddusò sia nelle Higlands. Che Alghero sia Catalogna è scontato.
Ho in serbo racconti di faide, briganti, errori di geografi (il Golfo Aranci privo di aranci ma ricco di granchi) e pattadesi, alternando la musica dei mamuthones, Giuni Russo e Tenores di Bitti: peccato non avere più nessuno con cui parlarne.
Perchè ne racconto qui, in un blog sui treni? Perchè dopo il clamore dei primi giorni delle esondazioni già nessuno ne parla più, ed io mi sento ancora in colpa per non avere mai raccontato le bellezze di questa terra, anche per quanto riguarda il suo mondo ferroviario. Del Trenino Verde parlerò un’altra volta.
Oggi così volevo parlare della galleria elicoidale di Pitzu ‘e Cuccu sulla Mandas – Arbatax: un capolavoro di ingegneria che quasi nessuno conosce. Ma preferisco riportare le parole di Paolo Rumiz in quello che è, credo, il più bel libro sui treni in Italia: “Due uomini in fuga”

La stazione di San Girolamo, sulla linea Mandras - Arbatax

La stazione di San Girolamo, sulla linea Mandras – Arbatax

Il trenino per Sassari mette in fuga fagiani e pernici, infila l’onda lunga della prateria, affonda in una trincea, ne riemerge come un Uboote grondante sotto nubi basse, nere, quasi atlantiche, entra in solitudini peruviane, sfiora alberi di sughero, sembra la locomotiva di Garcia Marquez che spaventa gli Indios in “Cent’anni di solitudine”. Poi, sbatte contro montagne pietrose, si avvita su se stesso, sopporta curve e cambi di pendenza deliranti, impensabili nelle ferrovie del Nord. Non taglia il paesaggio, vi aderisce. [...]
Si riparte, la vampa deforma le rotaie, il treno balla tutto, diventa uno shaker che rammollisce il cervello, il ron-ron riempie la nuca di formiche, fa piombare la mascella sullo sterno e sprofondare in un sonno animale. Ormai è il Messico, il paesaggio ha color calce viva. Cambia anche l’odore, cambia la lingua, a bordo si parla catalano. Si scende sull’altro mare, verso Capo Caccia, adagiato sui frangenti come un tirannosauro morente. [...]
A Macomer si cambia, un binario fantasma si arrampica verso il cuore montuoso dell’Isola e muore tra nuraghi, vento e nubi dense. A Nuoro non c’è che l’auto per scavalcare il Gennargentu e arrivare ad Arbatax, dove parte la più fenomenale ferrovia di montagna d’Europa. 228 chilometri, roba da Macchu Picchu. [...]
Un fischio, un brivido di ferraglia, si parte. E subito il bruco di ferro s’impenna, si contorce, si attorciglia su sé stesso. “E’ pazzesco – commenta “740″ – in ferrovia puoi vedere curve così solo nell’Almanacco di Topolino”. Il macchinista non vede mai oltre i cinquanta metri, sfiora cactus, asfodeli, trincee, strapiombi, attraversamenti di sentieri, gallerie, greggi, ponti, ginestre, passaggi a livello incustoditi. Ma il colmo è l’incrocio con la Statale, dove perdiamo la precedenza come un bus.
Conquistiamo di nuovo la cabina di guida, il posto proibito, e la nostra fuga illegale prosegue in una natura grandiosa, ruspante, abbandonata. C’è un casello-fantasma ogni mille metri e, in mezzo, intervalli di nulla. “Una volta ci vivevano anche in quindici racconta il capotreno – andavano a letto presto, facevano solo figli. Sulla linea vivevano almeno tremila persone”. Si sale fra sterpaglia, ruggine, segni di incendi, traversine bruciate. In mano agli svizzeri, dicono, la linea sarebbe un gioiello. Ma a noi quest’incuria piace. Lascia intatta l’avventura. Sei in un labirinto che disorienta: credi di avere il paese sulla destra, poi entri in galleria e quando ne sbuchi te lo ritrovi a sinistra. Scopri che dentro la montagna la talpa ha fatto un giro intero su se stessa per guadagnar quota. Sull’orlo del nulla c’è un muro enorme, l’hanno messo perché un giorno il vento ha rovesciato il treno. L’Ogliastra è ai tuoi piedi. Poi scollini a quota mille, il Mediterraneo sparisce e tutto cambia.
Oltre un bosco di tassi secolari, le sorgenti del Flumendosa e le nubi, riecco il Gennargentu.
Guglie, strapiombi, muraglie tipo Arizona, la strana impressione di essere seguiti da qualcuno. Nella galleria della Verdeliana ci fermiamo, ci sono mucche che si riparano dal caldo, bisogna spingerle fuori. Oltre il Bucunieddu, la Valle Nera, per poco non centriamo un muflone. Ne hanno presi sette, un giorno. Ma il peggio sono le pecore. “Il rischio – ride il macchinista – è che se una decide di morire, tutte le altre le vengono dietro”.

6 pensieri su “La Sardegna ha bellezze che non ti aspetti

  1. Questo articolo mi ha fatto ricordare la bellissima vacanza in Ogliastra che ho fatto due anni fa, mi ricordo che avevo alloggiato in questo hotel http://www.hotelresorttanca.com/ e avevo girato tutta l’area tra Gairo Vecchio e Tortolì, conoscevo la Sardegna solo per le spiagge e dopo quella vacanza ho capito che la Sardegna è meravigliosa in ogni suo metro quadro.

  2. Ci ho viaggiato due volte. Ferrovia incredibile, lascia a bocca aperta anche chi non ha alcun interesse per i treni.
    Imperdibile per ogni appassionato di treni che si ritrovi a passare le vacanze in Sardegna.

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