Dino Buzzati: Direttissimo

La locomotiva era terribile sotto la tettoia fumigosa, sembravo un toro inferocito che scalpitasse per la smania di partire.

Mi piace molto Dino Buzzati (1906-1972): scrittore, disegnatore, romanziere e giornalista, è oggi un autore pressochè dimenticato; in parte anche per colpa sua. Negli stessi anni in cui Pasolini e Moravia non perdevanno un vernissage, un premio letterario, un’inchiesta, una firma su qualche petizione o manifesto, lui (come Piovene, altro grande scrittore dimenticato) conduceva vita ritirata, dedicandosi alla letteratura ed alla sua grande passione, la montagna, rifuggendo le mode e le tendenze che andavano per la maggiore.

Un Direttissimo degli Anni Sessanta

Un Direttissimo degli Anni Sessanta

Poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale anticipa il futuro con Il deserto dei tartari; con vent’anni di prevede il ’68 e l’Autunno Caldo in Paura alla Scala eppure nemmeno questo gli giova: i suoi romanzi, e sopratutto i suoi racconti, non hanno un genere preciso. Sono del terrore, sono fantascienza, sono di sottile critica sociale? Non c’è una nicchia precisa, com’era giusto per uno scrittore che negli anni dell’imperante impegno e realismo guardava oltre.

E dài allora, o treno, non perdiamo un minuto, corri, galoppa. Signor macchinista per piacere non essere avaro di carbone, dà fiato al leviatano. Si udirono dei soffi emessi con precipitazione, i vagoni ebbero un fremito, i pilastri della pensilina si mossero, dapprima lentamente, ad uno ad uno mi sfilarono dinanzi. Poi case case stabilimenti gasometri tettoie case case ciminiere androni case case alberi orticelli case tran tran tran tran i prati la campagna, le nuvole viaggianti nella aperto cielo! Dài macchinista, con l’intera potenza del vapore.

Quando ho scritto il post su quanto lontano può arrivare un treno in un giorno ho subito pensato a Direttissimo, racconto di Buzzati compreso nella raccolta Sessanta racconti, premio Strega 1958.

Volammo attraverso le campagne e i fili telegrafici danzavano su e giù con quei loro soprassalti da epilettico, si vedevano praterie sconfinate e sempre meno case sempre meno perchè ci inoltravamo nelle terre del nord le quali si aprono a ventaglio verso la solitudine ed il mistero.

Come definirlo? Un racconto di inquietudine, di pessimismo, di paura? Tutto questo, ed ancora molto di più. Un racconto metaforico su un uomo che prende un treno che non si ferma mai, e più accumula ritardo meno egli vuole scendere. Un viaggio verso l’ignoto, verso un futuro radioso che diventa sempre più indistinto?

Fuggendo il treno lei ben presto divenne ancora più piccola di quello che effettivamente era, una figurina afflitta e immobile sul deserto marciapiedi, sotto la neve che cadeva. Poi divenne un punto nero senza volto, una minuscola formica nella vastità dell’universo; e subito svanì nel nulla. Addio.
Con un ritardo di anni e anni accumulati, siamo così di nuovo in viaggio. Per dove? Cala la sera, i vagoni sono gelidi, non c’è rimasto quasi più nessuno. Qua e là, negli angoli negli scompartimenti bui, siedono degli sconosciuti dalle facce pallide e dure che hanno freddo e non lo dicono.
Per dove? Quanto è lontana l’ultima stazione? Ci arriveremo mai? Valeva la pena di fuggire con tanta furia dei luoghi dalle persone amate?

Non vi sto a raccontare altro, nè del racconto, nè del libro, nè di Buzzati: dopo la sua, la mia prosa è ancora più povera. Se però amate la buona letteratura, il brivido, la sorpresa, la profondità… spero questo post vi abbia messo una pulce nell’orecchio!

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