Conversazione sul piacere del viaggio a bassa velocità

In questi giorni mi occupo di InterRail in generale ed in particolare: prima con Paolo che, il suo hastag di riferimento #vadovetiportailtreno, condividerà l’esperienza su Twitter (@paolomaiolin), Facebook (Ovunquista), Instagram (paolomaiolin) Foursquare (paolomaiolin), blog (www.ovunquista.it e www.blogperviaggiatori.com); poi con Fabrizio Dal Passo, Docente di Storia moderna a «La Sapienza» di Roma, che ha raccontato dei suoi viaggi quando l’Europa non era ancora unita e globale come oggi.
Partendo da questo abbiamo allargato la conversazione a riflessioni più generale, su come sia mutato in un lasso di tempo relativamente breve il concetto di viaggio. E quindi, di riflesso, anche il viaggiatore.

Sei stato fortunato, negli anni in cui hai girato l’Europa, a poterti avvicinare all’anima dei paesi e delle persone muovendoti fino a zone abbastanza remote.
Certamente. Eppure un’altra cosa che ricordo in particolare della bellezza dell’InterRail non è soltanto il viaggio in treno di per sè. Adesso la stazione è diventanto un non-luogo, per dirla alla Augé, mentre all’epoca erano ancora dei luoghi di incontro, dei luoghi anche di cultura.

Non erano diventati ancora dei centri commerciali come adesso.
Esatto, erano dei luoghi di cultura: la gente andava lì anche per leggere dei giornali, per incontrare degli amici, per vedere altre persone. Perchè poi ogni treno porta con sè l’aria di un altro luogo, la sua atmosfera. Mi ricordo quando da Varsavia arrivavano i treni da Mosca, questi convogli particolari, ex sovietici. Mi viene in mente come le più belle stazioni che ho visto sono quelle d’Ungheria: Keleti pályaudvar e Nyugati pályaudvar sono ancora totalmente ottocentesce, sicuramente più belle di Gare Saint Lazare a Parigi. Oppure questa stupenda stazione che c’è a Madrid, che è la vecchia stazione di Atocha ed oggi diventata una splendida serra per piante tropicali. Oppure mi ricordo la stazione di Lisbona Santa Apolònia che è in legno ed era bellissima. E non c’era ancora la metro iperveloce ed orribile che hanno fatto coi contributi dell’Unione Europea. Era un trionfo di particolarità in un’Europa non unita ma molto più bella, perchè aveva mantenuto le sue individualità. Molto meno villaggio globale.

La stazione di Atocha a Madrid

La stazione di Atocha a Madrid

Lo penso anche io, che pure mi muovo poco: Vedo gli scempi che stanno facendo soprattutto nelle grandi stazioni.
E poi alla fine ha trionfato il principio che vuole la velocità necessaria. Non è del tutto necessaria. Il viaggio di per sé è bello soprattutto se non devi raggiungere grandi capitali ma devi arrivare verso specifici paesi: è bello gustare il paesaggio e capire la terra com’è, la gente come si muove. Si riesce a capire l’anima di una regione anche semplicemente passandoci attraverso, se hai il tempo di guardare. Invece adesso il viaggio è diventato qualcosa di veloce, di immediato. Non attraversi una terra e così non ne assorbi nemmeno l’energia o la cultura, vai direttamente al punto cui devi arrivare e si chiude lì l’esperienza. Era un modo di viaggiare sicuramente meno efficace dal punto di vista del tempo, ma credo meno profondo e meno denso dal punto di vista personale.

La dimensione del viaggio in quanto tale: spostarsi è conoscere e non muoversi dal punto A al punto B.
Esattamente: spostarsi è conoscere ed avere anche l’umiltà di fermarsi a volte in posti che tu non avevi progettato. Ho conosciuto delle città molto belle e forse meno note alla maggior parte dei turisti semplicemente perchè passandoci mi ispiravano e mi sono detto: fermiamoci, andiamo a vederle. Ad esempio molte città del sud della Francia sono per lo più sconosciute. Tutti conoscono e vanno a Saint Tropez o Nizza o Montecarlo e non hanno mai visto Sète, Narbona, Carcassone, Montpellier, città tutte splendide e meno turistiche rispetto alla Costa Azzurra. La stessa cosa vale per la Spagna. Ci sono città dell’Estremadura, regione al confine con il Portogallo dove non va nessuno, anche perchè non c’è nemmeno un gran collegamento ferroviario, veramente meravigliose. Penso a Merida, l’antica Emerita Augusta, che ha un anfiteatro romano intatto ed un circo grande quasi quanto il Circo Massimo e dei reperti romani favolosi. Poi c’è Cáceres che è tutta medievale, e a Siviglia c’è vicino Italica, raggiungibile in treno. Volendo c’è modo di scoprire città veramente inaspettate.

Forse è meglio se sono tagliate fuori dai grandi flussi, preservano sé stesse più facilmente.
Questo di sicuro le favorisce. Ad esempio a Sète c’è una comunità che origina da profughi di Gaeta per cui lì c’è questo dialetto francese con una particolare calata e dei termini che sono tipicamente caietani. Questo è dovuto ad una sorta di gemellaggio tra pescatori nell’Ottocento: quelli di Gaeta hanno ripopolato questa zona francese dove c’era la malaria. Sète è una città completamente circondata dal mare, collegata alla terraferma solo da una sottile striscia di terra, come l’Argentario, ma somiglia tantissimo a Sperlonga.

Quindi i marinai hanno avuto anche la fortuna si sono ritrovarsi in terre simili alle loro.
Esattamente. Pensa che questa gente ancora fa dei dolci simili a quelli del sud del Lazio, e nessuno penserebbe magari che nel sud della Francia ci possa essere una città talmente simile a Sperlonga o Gaeta.

Rifaresti oggi i tuoi viaggi di un tempo?
Li rifarei, ma sarebbero con spirito e con mezzi diversi naturalmente. Ma forse mi piacerebbero meno perchè, per assurdo, sarei meno libero. Non c’era tutto il pericolo di attentati e violenze, la società era più serena, con meno mezzi di comunicazione ma anche meno bisogni. Era tutto più semplice perchè nel corso del tempo, secondo me, è diminuita profondamente quella tranquillità che rende piacevole ogni viaggio: ci sono più pericoli e le stazioni sono diventate meno sicure.

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Ma senza guardare a vent’anni, tra il primo dei tuoi InterRail e l’ultimo quanto hai visto di diverso?
Beh, nel primo arrivai a Berlino che c’era ancora il Muro, l’ultima volta invece già si sentiva come l’Europa si stesse cementando in un unicum. Prima era ancora un continente di tanti paesi unici, poi è arrivato il non-luogo con tutto ciò che ne è conseguito. Ricordo ad esempio il mutamento di come la gente vive la moda: all’inizio ancora esisteva una sorta di stile nazionale, per cui rconoscevi subito la provenienza e la tipologia della persona mentre oggi tu
puoi stare a Varsavia, come a Parigi, come a Madrid ed alla fine le persone hanno tutti la stessa tipologia di abiti, di gusti, di telefoni. Si è perso quella originalità che c’era prima.

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