Coincidenze. Tim Parks racconta i treni in Italia

“Molto pittoresco” ripeteva la lady inglese (impersonata da Enrico Montesano in un Fantastico di un po’ di anni fa) in vacanza in Italia.
I ritardi, la spazzatura che fermenta in strada, gli scippi, i ruderi… un po’ ogni cosa del vivere all’italiana era molto pittoresco per la lady. E penso che anche Tim Parks, autore di “Coincidenze – Sui binari da Milano a Palermo”, guardando l’Italia, gli italiani e soprattutto i treni italiani sorride a mezza bocca ripetendo molto pittoresco. Nonostante viva tra noi da ben trentadue anni.
Nel 1992 iniziò a fare il pendolare tra Verona e Milano: per non fare crescere i figli piccoli in una grande metropoli si è sottoposto al martirio del pendolarismo su una linea assai probelmatica. E non ha ancora smesso. Solo per questo mi sta simpatico.
Coincidenze-Parks“Coincidenze – Sui binari da Milano a Palermo” nasce come un articolo lungo scritto nel 2005 per una rivista di viaggi, Granta: ma un uomo che fa il pendolare per oltre vent’anni ha accumulato tante storie, tanto materiale, tanto molto pittoresco che solo un articolo non basta. Così è nato il libro, diviso per tratte ferroviare e per periodi.
Perchè “Coincidenze – Sui binari da Milano a Palermo” non è solo un racconto di viaggi, coincidenze, ritardi, e sporadici compagni di viaggio (siamo realmente così noi italiani quando prendiamo il treno?) ma anche, e qui si vede la superiorità di una certa forma mentis britannica, una garbata e pungente analisi sul perchè le nostre ferrovie sono così.
Dopo l’Unità

La costruzione dei binari avvenne per lo più in risposta al mitico successo che le ferrovie avevano riportato altrove, soprattutto in Inghilterra. La smania di competere con i rivali del Nord Europa, il costante bisogno di dimostrarsi pari se non superiori ai vicini, è a tutt’oggi, come in parte abbiamo visto, un fattore importante nelle decisioni che si prendono in Italia. I sentimenti che fomentavano il campanilismo locale imperversavano anche sulla scena internazionale, come se gli italiani fossero in grado di affermare l’identità collettiva solo attraverso la competizione. Copiando, come fecero, il modello inglese, comprando locomotive e macchinari dall’Inghilterra e carbone dalla Germania, le compagnie italiane dimenticarono che in Inghilterra le ferrovie erano state introdotte in un’economia industriale fiorente dove la domanda di trasporti era altissima ed il carbone ed il ferro disponibilissimi. In Italia, invece, molte ferrovie furono ben presto viste come cattedrali nel deserto. Circolavano sempre meno beni e persone e, siccome i salari erano bassi, bisognava tenere basse anche le tariffe.

Insomma, problema antico.
Parks prende in giro con garbo certi nostri vezzi linguistici e l’idea di trasformare le grandi stazioni (nel caso che esamina: Milano Centrale) in centri commerciali nella speranza di ripianare il debito. Le sue annotazioni ci riportano al tempo (pochi anni fa, eppure sembrano millenni!) in cui potevi pagare oppure no il supplemento InterCity, che nel frattempo è diventato obbligatorio.
Gli ultimi capitoli, i più recenti, sono la cronaca semiseria di un’impresa epica: girare il Sud Italia in treno, ad ogni costo. Nonostante i treni non ci siano, i ferrovieri si stupiscano qualcuno voglia andare in treno, nonostante noi stessi siamo i primi a lasciare degradare la nostra terra. Tim Parks apprezza chiacchierare con i compagni di viaggio (a differenza di me) e cede al fascino ed alla bellezza del paesaggio (come me; naturalmente scrive infinitamente meglio)

Il paesaggio era piatto, arido e pietroso, pietrosissimo. Muri di pietra bianca, uliveti polverosi e paesini roventi e scombinati dai tetti arabi piatti. [...] Però la stazione di Otranto, quando siamo arrivati, meritava veramente di essere vista. A dire il vero sembrava più una casa imponente che una stazione: tre piani di stucco bianco, le linee eleganti e le belle proporzioni solide e sobrie. Al di là del tetto le palme si levavano alte e davanti c’era una rotonda nuova di zecca, decorata da una graziosa pavimentazione di pietra ed un praticello ben curato; intorno [...] solo il suono assordante delle cicale. E un’immbilità elettrica nell’aria.

Nel suo libro, tra treni in ritardo e controllori despoti, c’è l’Italia bella e quella brutta, quella che (ogni tanto) funziona e quella molto pittoresca, ma soprattutto ci siamo noi italiani, visti dall’esterno da un occhio mai severo ma anzi, bonario e (quasi) mai rassegnato.

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